Monastero Aristotelico di San Domenico

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 Su una panca

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Eckart
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MessaggioTitolo: Su una panca   Dom Gen 17, 2010 1:41 am

Concedimi di ascoltare
cosa avrai da dirmi
Il silenzio è la ma preghiera
Nel silenzio ascolto
Nel silenzio spero
Nel silenzio attendo Te

Sia fatta la Tua volontà.
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Eckart
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MessaggioTitolo: Re: Su una panca   Dom Gen 31, 2010 10:32 pm

Eckart si accingeva a terminare quella Domenica, giorno di festa. Sembrava tutto tranquillo... una Domenica come le altre, con la ripetizione dei gesti di sempre... l'ascolto della Messa, il saluto ai suoi concittadini, il ritiro, lo studio e la riflessione.
Fino a quel momento terribile e dirompente, che doveva squarciargli l'anima, in un interminabile dolore. Ogni giorno da mesi aveva cercato di dedicare un pensiero alla sua Sofia, aspettandola come sempre... Sapeva che da qualche tempo aveva lasciato il ritiro, e attendeva un cenno, aspettava di riabbracciarla. Ma era anche preoccupato... il silenzio si faceva sempre più ampio e profondo... Eckart aveva cercato in mille modi di cancellare da sè quell'idea sinistra che gli gravava sulla coscienza, non poteva mostrarsi preoccupato di fronte ai suoi figli.
Ma quell'idea scavava e scavava, diventava fisso tormento, e si insinuava fra le corde del cuore.
Il presagio avvertito doveva avverarsi...
Era passato da casa scuro in volto... lungo il muro... le porte aperte, una dopo l'altra lo conducevano al centro, ed egli sapeva... sapeva ogni istante di più cosa avrebbe trovato... in quel buio e freddo spaesamento. Non ci voleva credere... voleva ancora sperare... e proseguiva. Quasi più senza forze spinse l'ultima porta... e vide... vide il corpo della sua amata disteso sul letto, che pareva dormisse.
Ma non un alito sfiorava la sua bocca.
Corse da lei... le prese la mano... una mano senza vita.. e gridò: NOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOOO!!
Tutto sprofondava sotto ai suoi piedi... la vertigine lo coglieva in preda al delirio... a perdere contatto con la realtà, che lo spirito pareva ribollire.
Senza respiro inizialmente... poi con un rigettarsi dell'ultima aria che possedeva in corpo... la raccolse in un bacio sulla fronte e sulle labbra di lei...

"Sofia mia... ti scongiuro... svegliami da quest'incubo... tutto questo non può essere vero!"
........ Gli occhi di Lei erano chiusi... e pareva dormisse.... pareva dormisse.... doveva dormire.... Eckart la lasciò con un "Riposa mia cara... devi essere stanca... ... tutto spezzato e rattrappito.

E giù a passi fuori... moribondo... a cercar salvezza e senso... ad agitarsi per le strade cittadine, senza riconoscere più nessuno...
Cercando di mettere la vista in concentrazione... parlò forse con le figlie... "Vostra madre....".... Nell'insicurezza anche di questo....

Lasciò sfiancato quelle visioni, e tentò di recuperare l'angolo di strada, quindi prese a correre...

E fuggì via, senza capire più niente... fuggì senza capo nè coda, alla rinfusa... più forte che poteva.

Non per scelta raggiunse il Monastero... fu l'istinto... o chissà che cosa... desiderio di non credere a ciò che aveva visto... desiderio di nascondersi in un altrove... desiderio di raccolta per riprendere se stesso perso in chi sa dove... desiderio di chiedere spiegazione a Dio... desiderio di abbandonarsi in ciò a cui non sapeva più resistere... desiderio di urlare contro ad un altare... desiderio di calma... desiderio di preghiera! Raggiunse la cappella... e con tutta la rabbia che aveva in cuore... alzò il dito in alto... e urlò, in tono di sfida:

DIO

Poi crollò sulla panca e si abbandonò allo sconforto.

I suoi occhi erano in lacrime e soffriva... La tragedia si era abbattuta sulla sua vita.... e lo trasalì...

Padre mio dammi la forza....
Dammi la forza di comprendere...
Dammi il coraggio di accettare...
Dammi la fede di resistere...
Dammi la ragione per continuare...
Dammi la saggezza per consolare i miei figli...
Dammi la capacità di resistere al dolore....

Prendi me... che io non sono capace di prendere me stesso...
O Prendi Lei nella tua misericordia... che amore non dato possa essere ritrovato in Te...
O restittuiscimela... che senza di lei sono perduto....


Questa volta... non arrivò nessuna consolazione!
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Padre Heldor
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MessaggioTitolo: Re: Su una panca   Lun Feb 01, 2010 3:35 am

Padre Heldor, che stava passando fuori dalla cappella in quel momento, sentì l'urlo di Eckart dall'interno e sobbalzò per un istante... Un urlo tanto disperato tra le mura della sua Abbazia? Cosa posteva aver causato un simile dolore... Quindi con passo lesto si avviò verso la porta della cappella che trovò aperta... E dentro vide Eckart chino su se stesso, distrutto... Gli si avvicinò con calma ed una delle sue mani, tanto temute per i ceffoni che a volte mollavano ai peccatori, si avvicinarono al capo di Eckart... Lo sguardo, sempre duro quando si trattava di combattere la Creatura Senza Nome, era un misto tra contrizione, sgomento e senso paterno... Ma le mani non toccarono il capo di Eckart... Si inginocchiò di fianco a lui ed unì le mani davanti al petto, in preghiera silente, come a rispettare il dolore di quell'uomo, in attesa che fosse lui, se avesse voluto, a parlarne.

_________________
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Eckart
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MessaggioTitolo: Re: Su una panca   Mar Feb 02, 2010 3:20 am

Eckart sentì la presenza del Padre... sentimenti contrastanti lo coglievano... avrebbe voluto sbattere la testa su quella panca... avrebbe voluto farsi del male... e avrebbe voluto piangere sulla spalla di quello... e avrebbe voluto dire qualcosa.

Ma non aveva più forze, non aveva più lacrime, e non aveva più parole.... era ormai paralizzato.

Continuò quella che stava diventando una strana preghiera.

Sentì il calore di una mano sulla sua nuca... si abbandonò in un sollievo sfinito... e cadde svenuto privo di sensi... colto indietro... sempre più indietro, tremendamente ed irrefrenabilmante.... in un suolo onirico.

Svegliatosi... sentì enormi energie, come da tempo non accadeva... nervi scoperti e sangue pulsante nelle vene... una ritrovata forza... ed era prmavera, e sembrava la primavera di tutta la vita....

Si alzò e si sentì rinascere, e tutto attorno era pace e candore.

Era un fanciullo e si mise felice a scorrazzare... Conosceva quel luogo... era familiare... e non ci mise molto a capire.... stuoli di margherite si raccoglievano per intero nel campo... fino agli arbusti boscosi delle querce... e di là la sua casa... ad Alessandria!

Ohhh Alessandria... mia culla

Accostò la guancia alle lunghe foglie verde chiaro, passò le dita sui bordi taglienti, aspirò a fondo il profumo delle splendide corolle, vi guardò a lungo dentro. Dal fondo azzurrastro si levavano file di dita gialle, e fra queste correva un chiaro sentiero, che sprofondava nel calice e nel lontano segreto del fiore. Continuò ad osservare per ore ed ore... e gli apparve la siepe del campo... spighe e spighe di grano.... ed era un ragazzo.... un ragazzo che sprofondava nell'infinito in un pozzo illimitato...

Eckart sapeva che quella era la bocca della corolla; sapeva che sotto le escrescenze gialle, nella voragine blu abitavano il cuore e i pensieri del fiore... e che attraverso quelle lieve luminosa strada percorsa da venuzze andavano avanti e indietro il respiro e i sogni di questo.

E accanto al grande fiore ce n'erano sette più piccoli, ancora non aperti, che si drizzavano su steli robusti, succosi, dentro ad un calice, dal quale i boccioli si slanciavano con silente forza, strettamente avvolti da verde chiaro e azzurro, tenacemente, dolcemente arrotolati....

E si sentì un giovane uomo.... Forse già nel meriggio!

E sentì il fiore dischiudersi, arquando un'azzurra tenda di seta sopra un dorato bosco di grano e mais, illusorio, a man a mano che i primi sogni, pensieri e canti sparivano, silenziosi, nella fatata voragine.

E un giorno... che nel giardin si rese percepibile un nuovo timbro e un nuovo profumo, tra il fogliame rossastro investito dal sole, spiccava, tenera e violacea, la prima rosa tea.

E un giorno... non vi furono più margherite... Erano scomparse... nessun sentiero bordato d'oro conduceva più dolcemente negli odorosi segreti del profondo, foglie rigide si drizzavano, estranee, acuminate e fredde. Ma bacche rosse erano mature fra i cespugli, e sugli astri svolazzavano farfalle mai viste prima, libere e gioconde, sciami rossobruni di insetti dal dorso iridescente e dalle vibranti ali. Eckart chiacchierava con le farfalle e con la ghiaia, aveva per amici lo scarabeo e la lucertola, gli uccelli gli raccontavano aeree favole sulla sua infanzia, felci gli si mostravano in segreto, cocci verdi e cristallini catturavano per lui i raggi del sole e diventavano palazzi e scintillanti tsori.

E un giorno... si scoprì uomo... e venne una primavera che aveva colori e suoni e odori diversi da tuttel le precedenti..., ma nè sogni nè figure passavano lungo il sentiero bordato dalle spighe d'oro...

E quell'uomo vide una donna un giorno... con in mano un mazzo di margherite... e se ne innamorò perdutamente... La vide e si bloccò di fronte alla sua dolcezza, al gesto delicato che faceva nell'odorare i fiori...

"Mi succede sempre così" disse lei "quando odoro una margherita. Ogni volta il cuore mi dice che al profumo è legato il ricordo di qualcosa di straordinariamente bello e prezioso, che un tempo mi apparteneva ma che poi ho perduto."

"Come parli bene", commentò Eckart, e avvertì in petto un moto quasi doloroso, come se una bussola segreta indicasse, senza deviazioni, la sua meta remota. Ma era poi degno di lui sprecare la vita in sogni, rincorrendo belle favole?

Venne un gioro in cui Eckart, Messer Eckart, tornato da un viaggio solitario, si ritrrovò accolto dalla sua austera abitazione di studioso in maniera così fredda e opprimente, che corse alla casa di Lei, intenzionato a chiedere la sua mano.... "Avrai fiori quanti ne vorrai, avrai il più bel giardino che si possa avere. Vuoi essere mia?"

La donna lo fissò a lungo, con sguardo tranquillo, senza sorridere nè arrossire...

"Eckart, amore mio, Mi hai detto più volte che quando pronunci il mio nome, ti torna il vago ricordo di qualcosa di dimenticato, qualcosa di importante e di sacro, che deve tornaare a rivivere perchè tu possa trovare la felicità e giungere alla meta che ti è destinata. Addio Eckart, come vedi ti chiedo di andartene e di cercare di ritrovare il tuo ricordo, quello che risveglia in te il mio nome. Il giorno in cui l'avrai ritrovato, farò quello che vorrai, e non avrò altro desiderio che non sia il tuo..."

Molti erano stati i compiti che Eckart, in vita sua, aveva dovuto affrontare, ma nessuno era stato così singolare, importante e tuttavia così scoraggiante come quello impostogli dalla sua amata. Solo che il compito era troppo gravoso per l'erudito, il quale avrebbe dovuto ricordare qualcosa da tempo dimenticato: avrebbe dovuto ritrovare ed estrarre, dalla ragnatela degli anni sepolti, un unico filo d'oro, avrebbe dovuto afferrare qualcosa e riportarlo all'amata, qualcosa che non era nulla più che il grido smarrito di una gioia, più impalpabile di un sogno notturno, più impreciso di una nebbia mattutina.

Intanto il tempo passava, mai era trascorso così rapido e spietato. E gli pareva di essere ancora esattamente nel momento in cui aveva lasciato lei. Agli occhi dei conoscenti si era fatto quasi estraneo, lo si trovava distratto, bizzoso e stravagante, godeva fama di eccentrico, di uomo da compatire un tantino, perchè era rimasto sepolto troppo a lungo. Accadeva che se ne andasse per strada tutto preso dai suoi pensieri, sfiorando i muri delle case, a raccogliere la polvere dai davanzali. Molti erano dell'opinione che avesse cominciato ad alzare il gomito.

Eckart coglieva un profumo, avvertiva un sapore, percepiva dolci sensazioni con la pelle, con gli occhi, col cuore. Ma non riusciva a ritrovare, nel suo reale passato, quel giorno di primavera che chiaramente odorava e sentiva. A volte gli pareva di poterli raggiungere, questi ricordi, addirittura al di là della vita, nel passato di un'esistenza precedente, sebbene l'idea lo facesse sorridere. Molto trovò Eckart nei suoi vagabondaggi senza meta attraverso gli abissi della memoria. Molto trovò che lo commosse e lo toccò, e molto anche che lo spaventò e lo riempì di angoscia... Una volta, tomrntato dall'impossibilità di trovare, tornò col pesiero alla sua vecchia patria, rivide i boschi e le strade, i sentieri e le siepi, rimise piede nel vecchio giardino della sua infanzia, e sentì onde investirgli il cuore, il passato avvolgerlo come in un sogno... Poi un giorno.. lo trovò un amico, magro e consunto, chiuso nella sua grigia cella. "Alzati" disse "e vieni con me... lei vuole vederti... Sta per morire... è malata da un pezzo"

Andarono da lei, che giaceva leggera e minuta come una bimba, e sorrideva lieta con gli occhi dilatati. Porse ad Eckart la sua bianca mano, che si posò sulla sua come un fiore...

"Ti ho imposto un gravoso compito", disse, "tu credevi di farlo per me, e invece è per te che lo fai! Ecco, prendi il mio fiore... la margherita, e non dimenticarmi, cerca me, cerca la margherita, e arriverai a me."

Eckart tornò a guardare nei calici dei fiori... e un giorno riconobbe il suo sogno infantile, e vide tra bastoncelli dorati il sentiero azzurro e venato che portava nel segreto e nel cuore del fiore, e capì che lì era tutto ciò che cercava, lì stava l'essenza che non è più immagine....

Ora Eckart poteva tornare da lei, e forse l'avrebbe salvata, o forse avrebbe salvato se stesso...

E a mano a mano che si approssimava e che l'immagine scompariva... si ridestava dalla sua memoria, e si ridestava dal sogno... e presto fu completamente sveglio... e vide Padre Heldor accanto a lui in preghiera... e a lui si rivolse:

"Padre mio... se non fosse stato per Voi, mi sarei perso nell'immagine e nella sua ombra.... Devo dirvi tante cose... e spero che un giorno potremmo affrontare quel discorso che, non neghiamocelo, sappiamo fin troppo bene di dover fare....

Ma ora... vorrei tornare a casa... le mie figlie mi staranno sicuramente cercando, e io devo portare un mazzo di margherite alla mia amata.
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Eckart
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MessaggioTitolo: Re: Su una panca   Mer Feb 10, 2010 2:02 am

Ed Eckart tornò a Dio... tornò all'amore... a quell'infinito amore che spezzava ogni ragione o pensiero, che cadeva in altre logiche, e che non si sarebbe mai fatto sconfiggere da nulla... niente meno che dalla disperazione umana.

Ancora una volta... l'Altissimo si sarebbe mostrato nella sua perfezione... e la sua fu certo una lezione... fu certo una soluzione... ma non all'acredine doveva condurre il cuore di Eckart, perchè come sempre chiamava alla gioia, alla felicità, come poche volte... ad una rara beatitudine in terra.

Ed Eckart tornò a Dio, perchè Dio gli aveva mostrato la risposta profonda alle sue domande, e a tutte quelle sue sofferenze... esaudendo la richiesta più intima della sua preghiera... richiamando vita alla vita, proprio mentre morte chiamava alla morte!

Fu il giorno che Dio risvegliò Sofia dal suo sogno, e la restituì ai suoi cari... che si rivelò profondamente nella sua infinita misericordia, proprio mentre l'uomo, Eckart, mostrava il suo più tragico smarrimento.

Ed Eckart tornò a Dio.... con queste parole....

Mio Signore,
con quale dolcezza sai umiliare l'uomo,
con quale candore lo riporti sulla retta via,
con quale amore sai donargli la gioia.
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